L’Arte della narrazione
- Maria Grazia Ragazzini
- 4 set 2025
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 6 giorni fa
Per anni ho pensato che le storie vivessero quasi esclusivamente nei libri.
Forse perché sono cresciuta circondata da romanzi, o forse perché leggere è sempre stato il modo più naturale che conosco per entrare nella vita di qualcun altro. Bastavano poche pagine e mi ritrovavo nel castello di Hogwarts insieme a Harry Potter, a passeggiare per le brughiere con le sorelle Brontë, in una Mosca innevata accanto a Dostoevskij o dentro una storia d'amore raccontata da Nicholas Sparks.
Poi, quasi senza accorgermene, qualcosa è cambiato.
Ho iniziato a emozionarmi davanti a una graphic novel, a commuovermi per un personaggio di un videogioco o ancora, a restare in silenzio davanti all'ultima scena di un film, spesso cercando in tutti i modi di trattenere le lacrime.
E mi sono fatta una domanda.
Perché continuo a cercare storie in luoghi così diversi?
La risposta, credo, sia molto semplice.
Perché una grande storia non dipende dal mezzo con cui viene raccontata, dipende da quello che riesce a lasciare dentro di noi. Ho sempre amato le storie, qualunque fosse il modo in cui venivano raccontate.
Per molto tempo abbiamo considerato alcune forme d'arte più "nobili" di altre. Il romanzo apparteneva alla letteratura, il cinema era la settima arte, mentre i fumetti erano "solo fumetti" e i videogiochi "solo giochi".
Oggi questa distinzione mi sembra sempre meno sensata.
Perché alcune delle narrazioni più potenti che abbia incontrato negli ultimi anni non le ho trovate sugli scaffali di una libreria.
Le ho trovate tra tavole disegnate e mondi virtuali.
Le graphic novel, ad esempio, hanno completamente cambiato il mio modo di guardare al fumetto, non sono semplicemente storie illustrate.
Sono storie che si leggono con gli occhi e con il cuore.
Le immagini non accompagnano il testo, lo raccontano insieme.
Ci sono silenzi che esistono soltanto grazie a un'inquadratura, emozioni che un'espressione disegnata riesce a trasmettere meglio di una pagina intera.
Penso a Maus.
Ridurlo alla definizione di "fumetto sull'Olocausto" sarebbe quasi offensivo.
È un'opera sulla memoria, sul trauma, sul rapporto tra un padre e un figlio, sul peso delle generazioni.
Oppure a Persepolis, che racconta la rivoluzione iraniana ma, in fondo, parla della sensazione che tutti abbiamo provato almeno una volta nella vita: quella di non sapere esattamente a quale mondo appartenere.
E poi, cambiando totalmente genere, c'è Heartstopper.
Una storia apparentemente semplice, capace però di raccontare con una delicatezza straordinaria il bisogno universale di essere accettati e amati.
Le grandi graphic novel fanno questo.
Usano il disegno per raccontare ciò che, qualche volta, le parole da sole non riescono a dire.
La stessa sorpresa l'ho provata con gli story-driven games.
Confesso che, per molto tempo, anch'io associavo i videogiochi soprattutto all'azione. Pensavo fossero una sfida di riflessi, abilità e punteggi.
Poi ho scoperto che esisteva un altro modo di giocare. O forse dovrei dire un altro modo di raccontare una storia. È stato allora che ho iniziato a passare ore a guardare i walkthrough su YouTube, completamente rapita da mondi e personaggi che avevano ben poco da invidiare ai romanzi.
Dietro alcuni videogiochi si nascondono sceneggiature straordinarie. In uno story-driven game il gameplay non serve a dimostrare quanto sei bravo, ma a farti vivere la storia in prima persona. Ed è proprio questa la differenza: non sei solo uno spettatore, sei parte del racconto.
Quando giochi a The Last of Us, non stai solo combattendo contro gli infetti.
Stai osservando nascere il rapporto tra Joel ed Ellie.
Stai riflettendo sull'amore, sulla perdita e su ciò che siamo disposti a fare per le persone che amiamo.
Life is Strange non parla del viaggio nel tempo, ma di rimpianti.
A Plague Tale non parla della peste, parla del legame indissolubile tra due fratelli.
Persino Lara Croft, nella trilogia reboot di Tomb Raider, smette di essere un'eroina perfetta e diventa una ragazza che cerca semplicemente di capire chi vuole essere.
Ed è qui che il videogioco compie qualcosa di straordinario.
Non ti racconta soltanto una storia, ti ci mette dentro; all'improvviso non sei più soltanto un lettore, diventi spettatore, parte della narrazione.
Le tue scelte hanno conseguenze, le tue decisioni cambiano il percorso dei personaggi.
Forse è proprio questa la forma più profonda di empatia, non osservare qualcuno vivere.
Vivere insieme a lui.
Ma questa riflessione non riguarda soltanto graphic novel e videogiochi, vale per ogni forma d'arte.
Un film di Christopher Nolan.
Una fotografia di Steve McCurry.
Un quadro di Edward Hopper.
Una canzone di Mogol.
Cambiano gli strumenti, non cambia il motivo per cui continuiamo a cercare l'arte.
Cerchiamo qualcuno che ci racconti qualcosa di noi e che ci faccia da specchio.
Mi capita spesso di sentire dire che leggere rende più empatici e credo sia vero;
Ma forse oggi dovremmo ampliare il significato stesso della parola "leggere".
Quando seguo Marjane attraverso le strade di Teheran, quando accompagno Joel ed Ellie in un'America devastata, quando mi emoziono mentre leggo un libro di Nicholas Sparks, sto facendo esattamente la stessa cosa.
Sto vivendo, per qualche ora, la vita di qualcun altro.
Ed è questo, credo, il più grande potere della narrazione: farci uscire da noi stessi, non per evadere la realtà, ma per tornare a guardarla con occhi diversi.
Le grandi storie ci insegnano che il dolore non ha una sola lingua, che l'amore assume forme diverse, che la paura, la speranza e il desiderio di essere compresi appartengono a tutti.
Per questo non riesco più a dividere la cultura in compartimenti stagni, né trovo giusto farlo.
Libri.
Cinema.
Graphic novel.
Story-driven games.
Musica.
Sono semplicemente linguaggi diversi con cui l'essere umano continua, da migliaia di anni, a fare la stessa cosa.
Raccontarsi e raccontare.
E forse è proprio questo il motivo per cui continuerò sempre a cercare storie ovunque.
Perché non mi interessa il mezzo, mi interessa quella sensazione rarissima che provo quando chiudo un libro, spengo la console o si accendono le luci in sala.
La sensazione di essere tornata alla mia vita con uno sguardo leggermente diverso da prima.
E se una storia riesce a fare questo, allora ha già compiuto il suo mestiere.


