I vantaggi dell'essere scrittore
Non ricordo la prima volta che mi sono seduta a scrivere, ma ricordo bene che per me scrivere è sempre stato un bisogno, qualcosa di naturale e inevitabile, come mangiare o dormire. Non ho mai deciso davvero di voler scrivere, così come non ho mai deciso di avere bisogno di farlo. È semplicemente successo, e negli anni ho capito che, anche quando non scrivo, una parte di me continua a farlo.
Per questo, se qualcuno mi chiedesse perché scrivo, probabilmente farei fatica a dare una risposta precisa. Potrei dire che mi piace, che amo le storie, che mi affascinano le parole e il modo in cui riescono a trasformare un pensiero in qualcosa di concreto. Potrei dire che scrivere mi aiuta a mettere ordine nella testa, a capire quello che provo, a dare un nome a emozioni che magari, fino a quel momento, non sapevo nemmeno di avere. Sarebbero tutte risposte vere, ma nessuna sarebbe davvero completa.
Susanna Tamaro diceva: “La scrittura non serve per farsi vedere, ma per vedere.” È una frase che sento particolarmente mia, perché la scrittura mi ha sempre aiutata a guardare le cose con maggiore chiarezza. A volte un pensiero, finché rimane nella nostra testa, sembra enorme, confuso, impossibile da afferrare. Poi lo metti su una pagina e improvvisamente puoi osservarlo da fuori. Puoi capire cosa ti manca davvero. Puoi persino scoprire che quella cosa che sembrava così importante, una volta scritta, non lo è più.
Altre volte succede l'esatto contrario: scrivendo scopri che qualcosa ti ha fatto molto più male di quanto volessi ammettere. Ed è forse per questo che considero la scrittura una sorta di terapia personale, anche se non credo sia necessario darle per forza un nome. È semplicemente il mio modo di fare ordine dentro di me. Prendo quello che sento, lo trasformo in parole e lo lascio sulla pagina. È una forma di catarsi, ma anche di conoscenza. Perché ogni volta che scrivo qualcosa, in qualche modo, scopro qualcosa di me. Che sia un racconto o una fanfiction.
Eppure c'è un paradosso che mi accompagna da sempre: io ho sempre scritto per me stessa, ma farmi leggere è tutta un'altra storia.
Farmi leggere, per me, è molto più difficile del farmi vedere nuda. Può sembrare una frase esagerata, ma non lo è. Il corpo, in fondo, è soltanto un corpo. Una pagina invece può contenere qualcosa che non puoi nascondere: un pensiero, una paura, un ricordo, un desiderio, una parte di te che magari non avevi nemmeno intenzione di mostrare.
Sono molto gelosa della mia scrittura proprio per questo. Ho paura dei commenti e dei giudizi su qualcosa che sento profondamente mio, soprattutto quando arrivano da persone che non conoscono il motivo per cui quella storia è nata, cosa c'è dietro una frase, quale ricordo si nasconde dietro un personaggio. E forse è proprio questa la difficoltà più grande per chi scrive: accettare che, nel momento in cui decide di farsi leggere, qualcosa che fino a quel momento gli apparteneva completamente comincia ad appartenere anche agli altri.
Per molto tempo sono stata combattuta sulla possibilità di provarci davvero. Pubblicare, in fondo, significa lasciare andare. Significa permettere a qualcuno di entrare in quella stanza privata nella quale hai scritto, pensato, immaginato e magari anche sofferto. E non sono ancora sicura che sia una cosa che mi riesca completamente.
Forse è anche per questo che ho sempre avuto bisogno di una stanza tutta per me, anche quando quella stanza non era necessariamente una stanza.
Virginia Woolf parlava dell'importanza di avere uno spazio proprio per poter scrivere e credo che, in fondo, ogni persona abbia bisogno di un luogo nel quale riuscire a stare davvero con se stessa. Può essere una scrivania davanti a una finestra, un angolo del divano, un tavolo della cucina, una panchina, un bar, un treno. A volte può essere persino un luogo che esiste soltanto nella nostra testa.
Perché non credo che esista davvero il posto perfetto per scrivere. Esiste piuttosto il momento in cui decidiamo di creare uno spazio per noi.
E oggi questa mi sembra una delle cose più difficili da fare. Viviamo continuamente interrotti. Da notifiche, impegni e cose da fare. Siamo abituati a riempire ogni momento vuoto e quasi ci sentiamo in colpa quando ci concediamo del tempo senza uno scopo preciso. Scrivere, invece, richiede proprio questo: tempo. Richiede di fermarsi e dire, almeno per un po', adesso ci sono io.
E non sempre è facile scrivere quando abbiamo poco tempo o quando sentiamo di dover produrre qualcosa a tutti i costi. Ci sono giorni in cui una pagina nasce in mezz'ora e altri in cui puoi passare un pomeriggio intero davanti allo stesso paragrafo senza riuscire a trovare la parola giusta. Scrivere sotto pressione può funzionare, ma la scrittura che amo di più è quella che arriva quando posso perdermi un po' dentro quello che sto facendo, senza guardare continuamente l'orologio.
Amo scrivere la domenica mattina, mentre tutti dormono.
Forse perché, per me, scrivere è anche un viaggio.
Non ho mai scritto molta fantasia nel senso più classico del termine. Le mie storie partono quasi sempre dalla realtà, da qualcosa che ho vissuto, da una persona che ho incontrato, da una conversazione, da un ricordo o semplicemente da una situazione che mi ha fatto pensare. La vita è la mia musa e, non a caso, a volte alcune scene della mia vita mi sono sembrate proprio uscite dalla sceneggiatura di un film. Una commedia, a volte. Un film drammatico, altre. In certe occasioni, forse, persino un thriller!
La cosa bella è che la vita non ha bisogno di essere straordinaria per diventare una storia. Basta guardarla abbastanza a lungo.
Una persona seduta da sola al tavolo di un bar può diventare un personaggio. Una frase ascoltata per caso può diventare l'inizio di un capitolo. Una fotografia può riportarti alla mente una storia che credevi di aver dimenticato. Una canzone può aprire una porta che pensavi fosse ormai chiusa.
Credo che uno scrittore, prima ancora di essere qualcuno che sa scrivere, sia qualcuno che sa osservare.
Forse è questo che la scrittura mi ha regalato più di ogni altra cosa: la capacità di guardare il mondo con un'attenzione diversa. Non significa trasformare ogni persona che incontriamo in un personaggio o utilizzare ogni esperienza come materiale per una storia. Significa semplicemente rimanere curiosi. Chiedersi cosa ci sia dietro una finestra illuminata di notte, dove stia andando quella persona che abbiamo incrociato per strada, cosa abbia fatto sorridere qualcuno che vediamo ridere da solo.
La realtà è piena di storie. Siamo noi che spesso smettiamo di vederle.
E poi ci sono i libri, che per chi scrive diventano inevitabilmente compagni di viaggio. Non credo esistano manuali capaci di insegnarti davvero a diventare scrittore, anche se credo moltissimo nell'importanza della tecnica. Esistono consigli, regole, esperienze e aneddoti di grandi scrittori che possono insegnarci moltissimo. Stephen King, Charles Bukowski, Raymond Carver, Virginia Woolf e tanti altri hanno raccontato, ognuno a modo proprio, cosa significa scrivere e come affrontano il proprio lavoro.
Vale la pena ascoltarli, li ho letti, amati e riletti, ma poi bisogna anche dimenticarli, perché non esiste un unico modo di scrivere. Puoi imparare a costruire una storia, a lavorare sui dialoghi, a eliminare ciò che non serve, a capire quando una scena non funziona. Puoi imparare che scrivere significa anche editare, e che spesso la parte più difficile non è mettere una frase sulla pagina, ma avere il coraggio di toglierla.
Puoi imparare la tecnica, ma non puoi imparare a essere qualcun altro.
E forse è proprio per questo che leggere è così importante. Leggere tanto, leggere scrittori diversi, leggere anche qualcosa che non ci piace e chiederci perché non ci piace. Leggere chi amiamo e cercare di capire cosa ci ha fatto voltare pagina invece di chiudere il libro.
Prima di trovare il proprio stile bisogna incontrarne moltissimi altri. Poi, lentamente, qualcosa rimane. Un ritmo, una voce, un modo di osservare le persone, una certa attenzione per le parole. E un giorno ti accorgi che quelle influenze non sono più soltanto degli altri: sono diventate parte di te.
Ma c'è un altro vantaggio dell'essere scrittore, forse quello che amo di più: puoi immaginare qualsiasi cosa.
Puoi prendere la realtà e modificarla. Puoi cambiare un finale. Puoi far incontrare due persone che nella vita non si incontreranno mai. Puoi tornare indietro, correggere, riscrivere. Puoi salvare qualcuno che nella realtà non hai potuto salvare. Puoi persino uccidere un personaggio senza finire in prigione.
La fantasia non ha bisogno del permesso di nessuno.
E non credo che fantasia e realtà siano poi così lontane. La fantasia può essere un ponte tra quello che è successo e quello che avrebbe potuto succedere, tra quello che siamo e quello che avremmo voluto essere, tra la nostra vita e tutte quelle vite che non vivremo mai.
Forse è per questo che penso che la fantasia non appartenga soltanto agli scrittori. Andrebbe coltivata nella vita di tutti i giorni. Immaginare, giocare con le possibilità, inventare storie, osservare il mondo e chiedersi e se...? è un modo per non smettere di guardare le cose con curiosità.
La fantasia è una porta che possiamo tenere aperta.
E forse anche la scrittura lo è.
Per me, infatti, scrivere è diventata nel tempo una scelta di vita. Non necessariamente la scelta di diventare una scrittrice pubblicata, perché sono due cose molto diverse. Scrittore è chi scrive, non soltanto chi pubblica.
Scrivere significa scegliere di fermarsi. Di osservare. Di pensare. Di ricordare. Di immaginare. Significa concedersi uno spazio nel quale, almeno per qualche momento, non dobbiamo essere efficienti, produttivi, disponibili per qualcun altro. Possiamo semplicemente essere.
E forse è questo il vero vantaggio dell'essere scrittore: non vivere mille vite, come spesso si dice, ma imparare a guardare meglio quella che abbiamo.
Perché quando inizi a scrivere, niente sembra più soltanto una cosa che è successa.
E una storia, qualche volta, può diventare qualcosa che qualcun altro legge e riconosce come propria.
È questo, forse, il miracolo più grande della scrittura: parti da te e, senza quasi accorgertene, arrivi a qualcun altro.
Ed è curioso, perché all'inizio io scrivevo proprio per il motivo opposto. Scrivevo per me. Per non farmi vedere. Per mettere ordine nei miei pensieri senza doverli spiegare a nessuno.
Poi ho capito che la scrittura, anche quando nasce nel posto più privato possibile, può diventare una forma di comunicazione universale.
Perché possiamo avere vite completamente diverse, provenire da luoghi diversi, avere esperienze diverse e tuttavia ritrovarci dentro una frase scritta da qualcuno che non abbiamo mai incontrato.
La scrittura parte da qualcosa di profondamente personale e, quando funziona davvero, riesce a diventare di tutti.


