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More Than That: non solo boyband

Immagine del redattore: Maria Grazia Ragazzini
Maria Grazia Ragazzini
3 ott
Tempo di lettura: 5 min

Sono ancora molto emozionata al pensiero di quello che ho vissuto qualche sera fa.

E forse, a qualcuno, quello che sto per raccontare sembrerà soltanto il racconto di una nostalgica passione per una boyband degli anni Duemila. Del resto, chi non ama gli anni Duemila, o meglio ancora gli anni che li hanno preceduti, con tutto quello che si portavano dietro? Le boyband che spuntavano una dopo l'altra, i poster sulle pareti delle camerette, le cassette consumate a forza di ascoltarle, le riviste comprate per leggere anche l'ennesima intervista sempre uguale.

I Backstreet Boys, però, per me non sono mai stati semplicemente questo.

Quello che c'è tra me e i Backstreet Boys è qualcosa di serio, perché i BSB non mi piacevano come piacevano alle altre, io li vivevo.

I Backstreet Boys fanno parte di me. Fanno parte della mia storia e, in qualche modo, anche di quella della mia famiglia.

Era il 1997 quando mio padre, tornando da un viaggio a Bologna, mi portò in regalo il loro secondo album, Backstreet's Back. Conteneva Everybody, la canzone che ancora oggi, inevitabilmente, viene in mente a tutti quando parlo dei Backstreet Boys, e ricordo ancora perfettamente quello che lui mi disse:

«È uscita questa nuova boyband di cui parlano tutti, magari ti piace».

Ricordo quelle parole come se fossero state pronunciate ieri.

Da quel momento, la mia passione si trasformò rapidamente in qualcosa che, con il senno di poi, potremmo definire una vera e propria ossessione. E per osmosi, naturalmente, finì per coinvolgere anche i membri della mia famiglia.

Parlavo per ore con i poster appesi alle pareti. Scrivevo storie su di loro, storie su di me che entravo nel loro mondo e diventavo parte della loro vita. Conoscevo i nomi delle loro ragazze, delle ex ragazze, dei genitori, dei fratelli. Sapevo riconoscere le voci, ricordavo le interviste, aspettavo le nuove canzoni.

E ogni canzone mi regalava emozioni che nessun altro era riuscito a darmi.

Sono passati quasi trent'anni da allora e la cosa incredibile è che, ancora oggi, quando ascolto quelle canzoni, qualcosa dentro di me cambia. È come se per qualche minuto si aprisse una porta verso un altro mondo, un mondo che conosco da sempre e nel quale, nonostante tutto il tempo passato, mi sento ancora perfettamente a casa.

L’ altra sera quella porta si è spalancata di nuovo.

L’ Homecoming era, per definizione, un concerto dedicato ai fan più fedeli. E forse non poteva esserci posto migliore per me. Ho cantato ogni canzone, senza perdermi una parola,

nemmeno quelle più vecchie, quelle che probabilmente molti non ricordavano più. Io le conoscevo tutte. Perché non erano semplicemente canzoni: erano pezzi della mia vita.

Perché, se i Backstreet Boys sono entrati nella mia vita attraverso mio padre, negli anni sono diventati anche qualcosa da condividere con la mia famiglia.

Il mio primo concerto dei BSB, nel 2014, l'avevo vissuto insieme a mia cugina. Quello di Düsseldorf, invece, insieme a mia sorella.

In mezzo ci sono passati dodici anni, concerti, dischi, canzoni, momenti della mia vita completamente diversi. Ma c'è una cosa che è rimasta la stessa: loro.

Li guardavo sul palco e mi sorprendevo a riconoscere ogni loro gesto, ogni battuta, il modo in cui si prendevano in giro e scherzavano tra loro. Li osservavo e avevo la strana sensazione di conoscere quelle persone da sempre.

E, in fondo, è proprio così, sono cresciuta con loro.

E forse è proprio questo che rende questa storia ancora più speciale. Non sono soltanto un ricordo della ragazzina che ero. Sono una presenza che ha attraversato diverse versioni di me e che, nel frattempo, ha continuato a creare nuovi ricordi insieme alle persone che amo.

Ieri sera, quindi, non ero semplicemente a un concerto.

Ero con mia sorella a cantare canzoni che conosciamo da una vita. E, in qualche modo, dentro quelle canzoni c'era anche la bambina del 1997, quella che ascoltava il suo primo CD e non aveva la minima idea di quanto sarebbe diventato importante.

La cosa incredibile è che, ancora oggi, quando ascolto quelle canzoni, qualcosa dentro di me cambia. È come se per qualche minuto si aprisse una porta verso un altro mondo, un mondo che conosco da sempre e nel quale, nonostante tutto il tempo passato, mi sento ancora perfettamente a casa.

Una canzone può accompagnarti per vent'anni senza che tu te ne renda conto. Può essere lì quando sei felice, quando sei arrabbiata, quando ti senti sola, quando hai bisogno di evadere. E poi, un giorno, parte quella canzone e improvvisamente ti ritrovi esattamente dove eri quando l'hai ascoltata per la prima volta.

La cosa più importante di questa storia, prima che pensiate che io soffra di qualche disturbo di personalità, è che da questa passione è nato qualcosa di buono.

Molte persone ridono quando dico di aver imparato l'inglese ascoltando i Backstreet Boys.

Eppure è proprio così.

Canzone dopo canzone, parola dopo parola, pensiero dopo pensiero, ho fatto mia una lingua che all'epoca non conoscevo. Ho cercato i significati delle parole, ho imparato a memoria interi testi senza nemmeno rendermi conto di quanto stessi imparando.

E non è un segreto che, probabilmente, conosco meglio la geografia degli Stati Uniti di quella europea.

Tutto è cominciato anche da lì: dalla curiosità di sapere chi fossero quei ragazzi, da dove venissero, cosa facessero, cosa significassero quelle parole che cantavano.

Una grande passione può trasformarsi in qualcosa che ci fa crescere (se non sfocia in ossessione, LOL).

I Backstreet Boys non sono stati soltanto una delle tante trovate geniali di Max Martin, che naturalmente ci ha messo del suo scrivendo alcune delle hit più incredibili che ancora oggi cantiamo a memoria.

Sono stati, per me, molto di più.

Sono stati una presenza costante durante gli anni più complicati della mia adolescenza. Sono stati compagnia nei momenti bui, conforto quando ne avevo bisogno, una piccola forma di evasione quando la realtà sembrava troppo pesante.

Mi hanno dato qualcosa senza nemmeno sapere di averlo fatto;

E' questa la cosa più bella della musica, dei libri, dei film, le storie che amiamo non hanno necessariamente bisogno di conoscerci per riuscire a cambiarci. Non sanno chi siamo, non sanno cosa stiamo vivendo, eppure possono arrivare esattamente nel punto in cui abbiamo bisogno che arrivino.

L'arte dovrebbe lasciarci qualcosa.

Dovrebbe insegnarci qualcosa sulla vita, aiutarci a comprenderla, a sopportarla quando diventa difficile e, soprattutto, a viverla un po' meglio.

E mentre lo fa, dovrebbe anche essere capace di farci crescere.

I Backstreet Boys, per me, sono stati tutto questo.

Sono stati una colonna sonora, certo. Ma anche un rifugio, una compagnia, una porta verso un mondo più grande del mio.

So che, in fondo, alcune passioni non sono destinate a passare, crescono insieme a noi.

Cambiano forma, attraversano le nostre vite, diventano parte dei nostri ricordi e, quando meno ce lo aspettiamo, tornano a ricordarci chi eravamo e quanta strada abbiamo fatto.

Per questo i Backstreet Boys, per me, saranno sempre qualcosa in più di una semplice boyband.

E io sarò sempre grata per questo.



 
 
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