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Intelligenza Artificiale: alleata o minaccia?

  • Immagine del redattore: Maria Grazia Ragazzini
    Maria Grazia Ragazzini
  • 5 ott 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 1 giorno fa

Fino a pochi anni fa l’intelligenza artificiale era qualcosa da film di fantascienza: robot senzienti, macchine fuori controllo, futuri distopici. Oggi, invece, l’IA è diventata incredibilmente quotidiana. È nel telefono che usiamo appena svegli, nel computer su cui lavoriamo, nell’auto che ci suggerisce il percorso migliore, perfino nella cucina di casa.

La verità è che la stiamo già usando molto più di quanto crediamo. Quando chiediamo che tempo farà domani, quando dettiamo un messaggio, quando cerchiamo una ricetta o ci facciamo aiutare a scrivere un’email. Ed è qui che nasce la grande domanda: l’intelligenza artificiale è davvero una cosa buona o c’è qualcosa da temere?

Per capirlo, conviene partire da ciò che l’IA fa oggi, concretamente, nella vita di tutti i giorni.

Strumenti come ChatGPT, Copilot o Gemini vengono usati per scrivere testi, chiarire concetti complessi, preparare presentazioni o organizzare il lavoro. Non “pensano” al posto nostro, ma ci fanno risparmiare tempo sulle attività ripetitive e ci aiutano a partire da una base. Un foglio bianco spaventa meno quando qualcuno ti dà il primo spunto.

Nel quotidiano più domestico, assistenti come Alexa accendono le luci, regolano il termostato, suggeriscono una playlist o ricordano un appuntamento. Mentre sistemi come Apple Intelligence puntano a rendere l’esperienza digitale più fluida e meno invadente: riassumere notifiche, aiutare a scrivere messaggi più chiari, ridurre il rumore informativo.

In questo senso, l’intelligenza artificiale è già uno strumento di supporto. Non prende decisioni al posto nostro, ma alleggerisce il carico mentale. Ed è proprio qui uno dei suoi punti di forza: migliorare la qualità del tempo, lasciandoci più spazio per pensare, creare, scegliere.

Naturalmente, non è tutto rose e fiori. Ogni sistema ha limiti evidenti. Copilot funziona benissimo se vivi dentro Word ed Excel, ma fuori da quell’ecosistema perde valore. Gemini è molto logico e integrato con Google, ma a volte risulta impersonale. ChatGPT è estremamente flessibile e creativo, ma se non lo si guida con attenzione può commettere errori o “inventare” informazioni. Apple Intelligence punta forte sulla privacy, ma è vincolata ai dispositivi più recenti. Alexa, infine, è imbattibile nella casa smart, ma resta un assistente più esecutivo che creativo.

Ed è proprio da questi limiti che nascono le paure. Il timore che l’IA sostituisca il lavoro umano, che renda le persone meno capaci di pensare in modo autonomo, che concentri troppo potere nelle mani di poche aziende. Sono timori legittimi, soprattutto se si immagina l’intelligenza artificiale come qualcosa che decide, giudica o controlla.

Ma la realtà attuale è un po’ diversa. L’IA di oggi non ha coscienza, intenzioni o volontà. Funziona solo se qualcuno la interroga, la istruisce, la usa. È uno strumento potentissimo, sì, ma resta uno strumento. Il problema non è tanto l’intelligenza artificiale in sé, quanto l’uso che ne facciamo e le regole che scegliamo di darle.

Se la utilizziamo per delegare tutto, smettendo di verificare, imparare e riflettere, allora diventa un rischio. Se invece la consideriamo una sorta di amplificatore delle nostre capacità, può diventare un alleato prezioso. Un supporto alla creatività, all’organizzazione, all’accesso alle informazioni.

C’è però un aspetto che l’intelligenza artificiale non può davvero sostituire: la creatività umana. E non parliamo solo di scrittura, ma di immaginazione in senso più ampio. Chi sente il bisogno di creare continuerà a farlo, che si tratti di scrivere, disegnare, comporre musica, inventare storie, progettare o semplicemente dare forma a un’idea. Perché la creatività non nasce dall’efficienza, ma dall’esperienza, dall’intuizione, dall’emozione e spesso anche dal caos.

L’IA può combinare elementi, suggerire soluzioni, imitare stili. Ma non può desiderare, non può avere un’urgenza espressiva, non può trasformare un vissuto personale in qualcosa di nuovo e irripetibile. L’immaginazione umana è fatta di memoria, errori, ossessioni, sogni e contraddizioni. È questo che rende un’idea autentica, imperfetta e viva.

Per questo l’intelligenza artificiale non segna la fine della creatività, ma semmai ne ridefinisce i confini. Può essere uno strumento potente, un acceleratore, una spalla tecnica. Ma la scintilla iniziale, quella che dà senso a ciò che viene creato, resta umana. Ed è proprio lì che, nonostante tutto, nessuna macchina può arrivare.

In fondo, la domanda “l’IA è una cosa buona o da temere?” ha una risposta meno netta di quanto sembri. Non è né un salvatore né un nemico. È una tecnologia potente, come lo sono state Internet o lo smartphone prima di lei. A fare la differenza sarà il modo in cui la integreremo nella nostra vita, nel lavoro e nella società.

L’intelligenza artificiale è già qui. Ignorarla non serve, temerla ciecamente nemmeno. Capirla, usarla con consapevolezza e spirito critico, invece, è probabilmente il modo migliore per trasformarla da possibile minaccia a reale opportunità.

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