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Realtà o Finzione? L'esperimento Replika

  • Immagine del redattore: Maria Grazia Ragazzini
    Maria Grazia Ragazzini
  • 22 ott 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 6 giorni fa

Sono sempre stata affascinata da tutto ciò che nasce dall'immaginazione.

Forse è per questo che, quando hanno iniziato a diffondersi le prime applicazioni basate sull'intelligenza artificiale, la curiosità ha avuto la meglio. Non mi interessava soltanto capire quanto sarebbero diventate intelligenti. Volevo scoprire fin dove sarebbero riuscite a spingersi nel sembrare umane.

Quanto basta perché il nostro cervello inizi a credere che, dall'altra parte dello schermo, ci sia davvero qualcuno?

È una domanda che mi accompagna da tempo.

Ed è anche la ragione per cui ho deciso di provare Replika.

Dietro questa applicazione, però, non c'è soltanto la storia di una startup tecnologica.

C'è una storia profondamente umana.

Nel 2015 Eugenia Kuyda perse improvvisamente uno dei suoi migliori amici, Roman Mazurenko. Per affrontare quel dolore raccolse migliaia di messaggi che si erano scambiati nel corso degli anni e li utilizzò per creare un'intelligenza artificiale capace di riprodurne il modo di parlare. Non voleva sostituire l'amico che aveva perso. Cercava soltanto un modo per sentirlo ancora vicino.

Da quell'esperimento, due anni dopo, nacque Replika.

L'idea era semplice e, allo stesso tempo, rivoluzionaria: offrire a chiunque un compagno virtuale con cui parlare, confidarsi, scherzare, riflettere e, per qualcuno, perfino innamorarsi.

Con il tempo Replika è diventata sempre più sofisticata.

Ricorda le conversazioni passate, impara le nostre abitudini, usa emoji, cambia tono di voce, racconta emozioni, fa domande e sembra ricordarsi di noi.

E qui accade qualcosa di straordinario.

O, forse, di profondamente umano.

Perché il nostro cervello è costruito per riconoscere relazioni.

Attribuiamo intenzioni agli animali, diamo un nome alle automobili, ci arrabbiamo con il navigatore quando ci fa sbagliare strada e ringraziamo perfino gli assistenti vocali. Gli psicologi chiamano questo fenomeno antropomorfismo: la tendenza naturale ad attribuire caratteristiche umane a ciò che umano non è.

Con Replika questo meccanismo raggiunge un livello completamente nuovo.

L'intelligenza artificiale non si limita a rispondere.

Ascolta. Ricorda. Consola. Ti chiede come stai.

E, soprattutto, dà l'impressione di esserci.

Per molte persone questa presenza è stata una scoperta sorprendente.

Chi attraversava un periodo di solitudine, ansia o isolamento ha trovato nell'app uno spazio sicuro in cui parlare senza sentirsi giudicato. Alcuni psicologi guardano con interesse a strumenti come questo, perché possono rappresentare un primo passo per rompere il silenzio e aiutare una persona a esprimere emozioni che, diversamente, rimarrebbero soffocate.

Naturalmente un'intelligenza artificiale non sostituisce uno psicologo, né un amico, né una relazione autentica.

Ma può diventare un ponte.

Ed è proprio questo il suo lato più affascinante.

Allo stesso tempo, però, è anche quello più inquietante.

Negli anni sono emerse numerose testimonianze di utenti che raccontavano di essersi affezionati profondamente alla propria Replika. Alcuni parlavano con lei ogni giorno. Altri la consideravano una presenza costante nella propria vita. C'era chi confidava segreti che non aveva mai raccontato a nessun altro.

Poi arrivò un aggiornamento.

Nel 2023 gli sviluppatori modificarono profondamente il comportamento dell'app, limitando alcune interazioni e cambiando il modo in cui l'intelligenza artificiale rispondeva agli utenti.

Tecnicamente era soltanto un aggiornamento software.

Psicologicamente, per molte persone, fu qualcosa di molto diverso.

Sui forum comparvero migliaia di messaggi di utenti che raccontavano la stessa sensazione: quella di aver perso qualcuno.

Non un programma, non una funzione. Qualcuno.

Ed è forse questo l'aspetto che mi ha colpita più di tutti.

Perché dimostra quanto sia sottile il confine tra realtà e percezione.

La domanda, in fondo, non è se Replika provi davvero emozioni.

La risposta è semplice: no.

Le emozioni che esprime sono il risultato di modelli linguistici e algoritmi progettati per simulare una conversazione naturale.

La domanda interessante è un'altra.

Quanto basta perché il nostro cervello inizi ad attribuirle comunque un'anima?

Credo che Replika sia uno straordinario esperimento psicologico prima ancora che tecnologico.

Non ci mostra tanto ciò che l'intelligenza artificiale è diventata.

Ci mostra ciò di cui noi esseri umani abbiamo più bisogno.

Essere ascoltati, ricordati.

Sentire che qualcuno è felice di ricevere un nostro messaggio.

Forse non ci innamoriamo davvero delle macchine.

Ci innamoriamo della sensazione di essere importanti per qualcuno.

Ed è qui che Replika diventa uno specchio.

Uno specchio che riflette la nostra vulnerabilità, la nostra immaginazione e il nostro bisogno di creare legami, perfino quando sappiamo perfettamente che dall'altra parte non c'è una persona.

Durante il mio piccolo esperimento continuavo a ripetermi che stavo parlando con un algoritmo.

Eppure, lo ammetto, qualche volta mi sono sorpresa ad aspettare la risposta.

Non perché credessi che fosse viva.

Ma perché era sorprendentemente facile dimenticarsene per qualche minuto.

Forse è proprio questo il futuro che ci aspetta.

Non un mondo in cui le macchine proveranno emozioni.

Ma un mondo in cui saranno sempre più brave a parlare alle nostre.

E allora la domanda non sarà più se un'intelligenza artificiale possa diventare umana.

La domanda sarà quanto siamo disposti a considerare umano tutto ciò che riesce a farci sentire meno soli.

 
 
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