Il fascino oscuro del male
Aggiornamento: 17 lug
Vi siete mai chiesti perché, negli ultimi anni, il male eserciti su di noi un fascino così irresistibile?
Perché ogni volta che esce una nuova docuserie su un serial killer finisce immediatamente tra le più viste? Perché milioni di persone ascoltano podcast che raccontano omicidi, sparizioni e misteri irrisolti durante un viaggio in macchina o mentre fanno una passeggiata?
E, soprattutto, perché storie tanto dolorose riescono ad attirare così tanto la nostra attenzione?
Me lo sono chiesta spesso.
Non credo che la risposta sia semplice curiosità.
Penso che il fascino del male accompagni l'essere umano da molto prima di Netflix, dei podcast o dei documentari.
Esiste da quando raccontiamo storie.
Se ci pensiamo bene, il male è sempre stato uno dei grandi protagonisti della nostra cultura. Lo troviamo nei miti greci, nella Bibbia, nelle tragedie di Shakespeare, nei romanzi di Dostoevskij, nei racconti di Edgar Allan Poe e nei thriller contemporanei. Cambiano le epoche, cambiano i linguaggi, ma la domanda resta sempre la stessa: che cosa spinge un essere umano a fare del male a un altro essere umano?
Forse è proprio questa domanda, più ancora del delitto stesso, a tenerci incollati allo schermo.
Negli ultimi anni il true crime è diventato un fenomeno culturale enorme.
Serie televisive, podcast, documentari e libri dedicati alla cronaca nera occupano stabilmente le classifiche. Seguiamo indagini come se fossero romanzi, analizziamo prove, discutiamo sospetti, formuliamo teorie. A volte ci sorprendiamo perfino a ricordare i nomi degli assassini molto più facilmente di quelli delle vittime.
È un paradosso che dovrebbe farci riflettere.
Perché il male esercita un potere narrativo straordinario.
Da un punto di vista psicologico, però, il fenomeno è meno misterioso di quanto sembri.
Il nostro cervello è programmato per prestare molta più attenzione ai pericoli che alle situazioni ordinarie. Per migliaia di anni la sopravvivenza dell'essere umano è dipesa proprio dalla capacità di individuare rapidamente una minaccia. I neuroscienziati parlano di negativity bias, la naturale tendenza del cervello a dare più peso agli eventi negativi rispetto a quelli positivi.
In altre parole, il nostro cervello considera il pericolo sempre più importante della tranquillità.
È un meccanismo evolutivo.
Sapere dove si nascondeva un predatore aumentava le probabilità di sopravvivere.
Oggi il predatore è cambiato.
Non è più un animale nella foresta, ma un caso di cronaca raccontato in televisione.
Eppure il cervello reagisce ancora con la stessa intensità.
Guardare un documentario su un omicidio ci permette di esplorare la paura restando al sicuro. È come salire sulle montagne russe: proviamo adrenalina, tensione e ansia, ma sappiamo che, alla fine, torneremo a casa.
Forse è anche per questo che il true crime ci affascina così tanto.
Ci dà l'illusione di poter controllare l'incontrollabile.
Conoscere ogni dettaglio di un delitto, capire il movente, ricostruire gli errori commessi dalla vittima o le strategie dell'assassino ci fa credere, almeno inconsciamente, che imparando abbastanza potremo evitare che qualcosa di simile accada anche a noi.
È un'illusione.
Ma è un'illusione rassicurante.
C'è però un altro aspetto che trovo ancora più interessante.
Il male ci affascina perché rappresenta tutto ciò che speriamo di non diventare.
Lo psicologo Carl Gustav Jung parlava dell'ombra, quella parte della nostra personalità che preferiamo non vedere, fatta di impulsi, rabbia, aggressività e desideri che la società ci insegna a reprimere. Guardare il male negli altri significa, in qualche modo, confrontarsi anche con quella parte di noi che ci spaventa.
Non perché siamo tutti potenziali criminali.
Ma perché il male ci costringe a interrogarci sui limiti della natura umana.
È una domanda che la letteratura si pone da secoli.
Pensiamo a Raskol'nikov in Delitto e castigo, convinto di poter uccidere in nome di un ideale superiore. Oppure ai personaggi di Cormac McCarthy, dove la violenza sembra diventare parte integrante dell'esistenza umana. O ancora ad Hannibal Lecter, uno dei personaggi più inquietanti della narrativa contemporanea: colto, raffinato, brillante e, proprio per questo, ancora più disturbante.
Non ci affascinano perché li ammiriamo.
Ci affascinano perché infrangono tutte le regole che rendono possibile la convivenza umana.
Negli ultimi anni, però, qualcosa è cambiato.
Il true crime è diventato anche un prodotto.
Le piattaforme streaming pubblicano continuamente nuove docuserie, i podcast dedicati alla cronaca nera dominano le classifiche e gli algoritmi ci suggeriscono sempre nuovi casi da seguire.
Il rischio è che la tragedia diventi intrattenimento.
Che il dolore venga montato con una colonna sonora, diviso in episodi e consumato come qualsiasi altra serie televisiva.
Ogni tanto mi chiedo se non stiamo dimenticando una cosa fondamentale.
Dietro ogni documentario c'è una famiglia che ha davvero perso qualcuno.
Dietro ogni fotografia segnaletica c'è una vita spezzata.
Dietro ogni mistero irrisolto ci sono persone che continuano ad aspettare una risposta.
Forse è proprio qui che dovrebbe fermarsi la nostra curiosità.
Non nel desiderio di capire.
Ma nel rischio di trasformare la sofferenza in spettacolo.
Eppure non credo che la soluzione sia smettere di raccontare il male, anzi credo che raccontarlo sia necessario.
Le storie crime ci ricordano quanto fragile sia la vita, quanto complessa sia la mente umana e quanto sottile possa diventare il confine tra normalità e abisso.
Forse il vero motivo per cui continuiamo a cercarle non è il gusto per l'orrore.
È il bisogno di dare un senso al caos.
Ogni caso risolto ci restituisce l'illusione che il mondo sia ancora comprensibile, che ogni effetto abbia una causa e che, alla fine, la giustizia riesca a ricomporre almeno in parte ciò che il male ha spezzato.
Ma la realtà, purtroppo, è molto meno ordinata delle storie.
Forse il fascino del male non nasce dal desiderio di guardare l'oscurità.
Nasce dal bisogno di capire quanto sia lontana da noi.
O forse, più onestamente, quanto ci assomigli.
Perché ogni volta che osserviamo il male da vicino non stiamo soltanto cercando di comprendere un assassino.
Stiamo cercando di comprendere noi stessi.
Ed è probabilmente questo il mistero che continua ad affascinarci più di qualsiasi delitto.


