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Oltre la fede: Ruby Franke e il delirio religioso

  • Immagine del redattore: Maria Grazia Ragazzini
    Maria Grazia Ragazzini
  • 25 gen
  • Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 2 giorni fa

Il caso di Ruby Franke ha scosso profondamente l’opinione pubblica americana e non solo. Nota per anni come volto rassicurante di un canale YouTube dedicato alla famiglia, alla genitorialità e ai “valori”, Franke incarnava l’immagine di una madre severa ma devota, convinta che disciplina e rigore fossero la chiave per crescere figli forti e responsabili. Dietro quella narrazione, però, si nascondeva una realtà molto più oscura.

L’arresto di Ruby Franke nel 2023, con accuse gravissime di abuso sui minori, ha fatto emergere un quadro inquietante in cui la religione non è solo contesto, ma diventa strumento di giustificazione e legittimazione della violenza. Le punizioni inflitte ai figli, la privazione di cibo, l’isolamento e il controllo totale dei loro comportamenti venivano presentati come atti necessari alla “salvezza” morale e spirituale dei bambini.

Al centro di questa deriva c’è quello che molti osservatori definiscono delirio religioso: una condizione in cui convinzioni spirituali estreme e rigide si trasformano in verità assolute, impermeabili al dubbio e al confronto con la realtà. In questo schema, il genitore non è più una guida, ma un’autorità incontestabile; il figlio non è più una persona da proteggere, ma un’anima da “correggere”, anche a costo della sofferenza fisica e psicologica.

Nel caso di Ruby Franke, il confine tra fede personale e fanatismo si è dissolto progressivamente. Le sue convinzioni, rafforzate da ambienti ideologici chiusi e da figure che promuovevano una visione moralistica e punitiva della vita, hanno alimentato una spirale di disumanizzazione. Il dolore inflitto veniva reinterpretato come prova di amore, l’abuso come dovere morale.

Questo caso solleva interrogativi profondi e scomodi. Non sulla religione in sé, ma sull’uso distorto che può esserne fatto. Quando la fede smette di essere uno spazio di senso e diventa un sistema di controllo totale, il rischio è quello di annullare l’altro, soprattutto se vulnerabile. I bambini, in particolare, diventano bersagli facili di narrazioni che giustificano qualsiasi atto in nome di un bene superiore.

La vicenda di Ruby Franke mostra anche il lato oscuro della spettacolarizzazione della vita privata. Per anni, milioni di persone hanno osservato frammenti selezionati di una famiglia apparentemente “esemplare”, senza vedere – o senza poter vedere – ciò che accadeva fuori dall’inquadratura. I social media, in questo senso, non sono la causa, ma hanno contribuito a creare un contesto in cui il controllo, la performance morale e l’assenza di limiti potevano prosperare indisturbati.

Parlare di questo caso significa, infine, interrogarsi su come riconoscere i segnali di una deriva pericolosa: quando il linguaggio diventa assolutista, quando il dissenso è visto come male, quando la sofferenza altrui viene normalizzata o sacralizzata. È lì che la fede smette di essere una scelta personale e diventa una prigione.

Il caso Franke non è solo una storia di cronaca nera. È un monito su quanto sia fragile il confine tra convinzione e fanatismo, tra educazione e abuso, tra spiritualità e delirio. E su quanto sia necessario, soprattutto quando si parla di minori, che nessuna ideologia – religiosa o meno – venga mai anteposta alla tutela della dignità umana.


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