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Oltre la fede: il fanatismo religioso

  • Immagine del redattore: Maria Grazia Ragazzini
    Maria Grazia Ragazzini
  • 9 feb
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 6 giorni fa

Ci sono storie che ci colpiscono per la loro brutalità.

E poi ce ne sono altre che ci inquietano perché ci costringono a mettere in discussione qualcosa che davamo per scontato.

Il caso di Ruby Franke appartiene alla seconda categoria.

Quando è emerso ciò che accadeva all'interno della sua famiglia, la domanda che mi è venuta spontanea è stata la stessa che ritorna ogni volta che la cronaca racconta l'inimmaginabile: come può una madre convincersi che far soffrire i propri figli sia la cosa giusta da fare?

Non è una domanda sulla cattiveria.

La cattiveria, per quanto incomprensibile, ha una sua logica. Qui c'è qualcosa di diverso. C'è una persona convinta di agire per il bene. Convinta che il dolore possa educare, purificare, salvare.

Ed è proprio questo che fa paura.

Per anni Ruby Franke è stata una delle "mamme di YouTube" più seguite d'America. Nei suoi video raccontava la quotidianità familiare, dispensava consigli educativi e mostrava una genitorialità fondata sulla disciplina, sul sacrificio e su una fede vissuta come principio guida.

Poi, nell'agosto del 2023, quella narrazione si è sgretolata.

Dietro la famiglia perfetta c'erano bambini denutriti, legati, isolati e sottoposti a punizioni estreme. Una realtà che nessuno, osservando quei video, avrebbe potuto immaginare.

Ma ciò che continua a colpirmi non è soltanto la violenza.

È il modo in cui quella violenza veniva giustificata.

Secondo quanto emerso dalle indagini, la sofferenza non era vista come una conseguenza delle punizioni. Era parte della punizione stessa. Doveva servire a correggere, a redimere, a riportare i figli sulla "retta via". Il dolore diventava uno strumento educativo. L'obbedienza assoluta, una forma di salvezza.

È qui che, a mio avviso, finisce la fede.

E comincia il fanatismo.

Perché la fede autentica lascia spazio al dubbio. Ti costringe a interrogarti, a confrontarti con i tuoi limiti, perfino a mettere in discussione te stesso.

Il fanatismo, invece, elimina ogni domanda.

Esiste una sola verità, una sola interpretazione, una sola strada possibile. E quando si è convinti di possedere quella verità, tutto il resto perde valore. Anche la sofferenza di un figlio può essere reinterpretata come un sacrificio necessario. Anche la compassione può diventare una debolezza.

È un meccanismo antico quanto l'uomo.

La storia è piena di persone che hanno commesso atrocità credendo di fare il bene. Non perché fossero prive di valori, ma perché avevano smesso di distinguere tra i propri valori e la realtà. Tra ciò in cui credevano e ciò che avevano davanti agli occhi.

Quando una convinzione diventa assoluta, il rischio è sempre lo stesso: non vedere più le persone, ma soltanto l'idea che si vuole difendere.

Per questo il problema non è la religione.

La religione, per milioni di persone, è una casa. È conforto, speranza, solidarietà, perdono. Sarebbe profondamente ingiusto attribuire alla fede la responsabilità delle azioni di chi la trasforma in uno strumento di controllo.

Il problema nasce quando Dio smette di essere una guida e diventa una giustificazione.

Quando ogni scelta viene rivestita di un'autorità superiore che non può essere discussa.

Quando chi pone una domanda viene considerato un ribelle.

Quando il dubbio diventa peccato.

Forse è questo il tratto più pericoloso del fanatismo religioso: non la forza della fede, ma l'assenza del dubbio.

Perché il dubbio ci obbliga a fermarci.

Ci costringe a guardare l'altro.

A chiederci se stiamo davvero facendo il bene o se stiamo semplicemente imponendo la nostra idea di bene.

E credo che questa sia una domanda che non riguarda soltanto la religione.

Ogni ideologia può trasformarsi in fanatismo quando pretende di avere tutte le risposte. Succede nella politica, nella cultura, nelle comunità, perfino nelle famiglie. Ogni volta che un principio diventa più importante della persona, qualcosa si rompe.

Per anni milioni di persone hanno osservato la famiglia Franke attraverso uno schermo.

Credevano di vedere la realtà.

In realtà vedevano una rappresentazione.

Forse è anche questa una delle lezioni più amare di questa vicenda: non sappiamo quasi mai cosa accade davvero nella vita degli altri. I social ci mostrano ciò che qualcuno sceglie di raccontare, non ciò che esiste fuori dall'inquadratura.

Il caso Ruby Franke, allora, non è soltanto una storia di cronaca.

È un promemoria.

Ci ricorda che nessuna convinzione dovrebbe essere così assoluta da renderci incapaci di riconoscere la sofferenza di un altro essere umano.

Perché il fanatismo non nasce quando si crede profondamente.

Nasce quando si smette di ascoltare.

Quando si smette di dubitare.

E soprattutto quando si smette di vedere, nell'altro, una persona con le proprie idee, le proprie paure, i propri diritti. Una persona che non esiste per essere plasmata secondo la nostra verità, ma per essere rispettata nella sua dignità.

Forse è proprio questo il confine che separa la fede dal fanatismo: la fede riconosce l'umanità dell'altro, il fanatismo pretende di sostituirsi ad essa.

 
 
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