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Il lento sguardo del male e del bene

  • Immagine del redattore: Maria Grazia Ragazzini
    Maria Grazia Ragazzini
  • 26 gen
  • Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 6 giorni fa

Viviamo in un'epoca che ci ha abituati alla velocità.

Le immagini scorrono senza sosta, le notizie si consumano nel giro di poche ore e perfino il cinema sembra inseguire ritmi sempre più serrati. Siamo spettatori impazienti, poco disposti a concedere tempo al silenzio, all'attesa e alla contemplazione. Eppure esistono film che sembrano opporsi a questa logica. Film che non chiedono soltanto di essere guardati, ma di essere abitati.

Quando si parla di cinema sull'Olocausto e il nazismo, la tendenza è quasi sempre la stessa: immagini forti, ritmo incalzante, il trauma mostrato in modo diretto e spettacolare. Film come Schindler's List di Steven Spielberg, Il pianista di Roman Polański o Il figlio di Saul di László Nemes conducono lo spettatore dentro l'orrore affinché la memoria non venga meno. È una scelta narrativa potente e necessaria, che ha contribuito a costruire il nostro immaginario cinematografico della Shoah.

Due film recenti, però, scelgono una strada diversa: A Hidden Life (2019) di Terrence Malick e La zona d'interesse (2023) di Jonathan Glazer.

Entrambi sono film lenti, quasi contemplativi, ma raccontano gli orrori del nazismo da prospettive radicalmente diverse.

La lentezza, qui, diventa uno strumento di riflessione morale, più che estetica.

Malick e Glazer rinunciano quasi completamente alla rappresentazione diretta della violenza. Non cercano di impressionare lo spettatore mostrando il male, ma di interrogarne la coscienza. È una scelta cinematografica tanto coraggiosa quanto controcorrente: ciò che rimane fuori campo diventa spesso più inquietante di ciò che viene mostrato. Il loro cinema non racconta soltanto l'orrore, ma i meccanismi morali che lo rendono possibile.

Terrence Malick racconta la storia vera di Franz Jägerstätter, il contadino austriaco che rifiutò di giurare fedeltà a Hitler, pagando quella scelta con la vita.

Il centro del film non è il nazismo.

È la coscienza.

La lentezza narrativa di Malick non è un vezzo stilistico: è preghiera visiva, tempo dedicato alla contemplazione della natura, dei gesti quotidiani, della fede. La macchina da presa si sofferma sui campi mossi dal vento, sui volti, sulle mani che lavorano la terra, sui silenzi condivisi tra Franz e sua moglie. È un cinema che invita a rallentare per ritrovare ciò che conta davvero.

L'orrore del nazismo, seppur costantemente presente, resta quasi sempre fuori campo. Ciò che colpisce non è la violenza, ma il sacrificio morale dell'individuo, la solitudine di chi sceglie di dire "no" a un mondo che ha ormai imparato ad accettare il male come normale.

Lo spettatore non assiste semplicemente a una scelta.

Ne condivide il peso.

Ogni silenzio, ogni esitazione, ogni sguardo diventa parte del lungo cammino interiore che conduce Franz alla decisione finale. Il bene, sembra suggerire Malick, non nasce dall'eroismo improvviso, ma da una fedeltà quotidiana alla propria coscienza.

Il contrasto tra i paesaggi incontaminati e la corruzione morale degli uomini rafforza ulteriormente il significato del film. La natura continua a seguire il proprio ordine, mentre l'umanità costruisce il disordine della storia. La terra resta fertile, le montagne immutabili, il vento continua a soffiare. Sono gli uomini ad aver smarrito la propria direzione.

Glazer, al contrario, ci porta accanto ad Auschwitz, raccontando la quotidianità della famiglia del comandante Rudolf Höss.

La lentezza del film è disumana: routine domestica, un giardino curato con amore, bambini che giocano serenamente, cene in famiglia, mentre oltre il muro il genocidio continua.

Non c'è eroismo.

Non c'è resistenza.

L'orrore è normalizzato, trasformato in rumore di fondo, percepibile molto più con l'udito che con la vista.

È il suono il vero protagonista del film.

Urla lontane, spari, il rumore dei treni, il crepitio dei forni crematori accompagnano la quotidianità della famiglia senza interromperla mai davvero. Lo spettatore ascolta continuamente ciò che i personaggi fingono di non sentire.

Glazer non mostra il campo di sterminio.

Ci costringe a immaginarlo.

Ed è proprio questa scelta a rendere il film profondamente disturbante. L'orrore non invade lo schermo, ma la coscienza dello spettatore.

Il film ci fa sentire intrappolati nella routine del male. Nessuno sceglie di opporsi, nessuno riflette sulla propria responsabilità. La normalità diventa il luogo in cui il male può prosperare indisturbato.

È impossibile non pensare alle riflessioni di Hannah Arendt sulla "banalità del male". Osservando il processo ad Adolf Eichmann, Arendt comprese che il male non è sempre il prodotto di mostri eccezionali, ma può nascere dall'obbedienza cieca, dall'abitudine, dalla rinuncia a interrogarsi sulle conseguenze delle proprie azioni.

Glazer traduce questa intuizione filosofica in immagini.

La routine domestica diventa lo sfondo dell'orrore.

Mettere a confronto A Hidden Life e La zona d'interesse significa osservare due poli opposti della responsabilità morale.

Malick racconta il coraggio della coscienza, la capacità di dire "no" anche quando quel rifiuto costa tutto.

Glazer mostra invece un mondo in cui il "no" non esiste più. La complicità, l'indifferenza e la routine diventano strumenti dell'orrore.

Sono due modi profondamente diversi di raccontare il nazismo, ma entrambi finiscono per parlare soprattutto del presente.

Le due opere sembrano dialogare idealmente con una delle riflessioni più potenti di Primo Levi: ""È avvenuto, quindi può accadere di nuovo."

Il loro sguardo non è rivolto soltanto alla storia.

È rivolto a noi.

Ci ricordano che il male raramente si presenta con il volto dell'eccezionalità. Molto più spesso cresce lentamente, si insinua nelle abitudini, viene normalizzato fino a diventare invisibile.

Forse è proprio per questo che entrambi i registi scelgono la lentezza.

La velocità tende a semplificare.

La lentezza costringe invece lo spettatore a osservare, a sostare, a riflettere.

Nei film veloci è spesso il regista a decidere ciò che dobbiamo provare.

Nei film lenti siamo noi a riempire il silenzio.

Siamo noi a costruire il significato di ciò che resta fuori campo.

Mostrando meno, Malick e Glazer riescono paradossalmente a farci vedere di più. Ci costringono a immaginare ciò che non viene mostrato e, così facendo, ci rendono partecipi anziché semplici spettatori. Rifiutano la spettacolarizzazione del dolore e restituiscono al cinema una delle sue funzioni più alte: non soltanto raccontare la storia, ma interrogare la coscienza di chi guarda.

In un'epoca dominata dal consumo rapido delle immagini, questi due film chiedono un atto sempre più raro: dedicare tempo alla comprensione.

Non offrono facili emozioni, non cercano la catarsi.

Domandano responsabilità.

La loro lentezza non è una scelta stilistica, è un'etica dello sguardo.

Malick invita a fermarsi per contemplare il bene, Glazer obbliga a fermarsi per riconoscere il male.

Entrambi ci ricordano che comprendere davvero il passato richiede tempo. Perché il bene matura lentamente, ma anche il male si insinua con la stessa lentezza, fino a diventare normale.

Ed è forse questa la lezione più profonda che i due film consegnano allo spettatore.

Non esiste una distanza rassicurante tra la storia e il presente.

Ogni epoca è chiamata a decidere se fermarsi a guardare oppure continuare a vivere come se ciò che accade oltre il muro non la riguardasse.

Perché il cinema, quando rinuncia a mostrarci tutto, riesce talvolta a ottenere il risultato più difficile: non limitarsi a raccontare il male, ma insegnarci a riconoscerlo prima che diventi parte della normalità.

 
 
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