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L' assurdità del destino

  • Immagine del redattore: Maria Grazia Ragazzini
    Maria Grazia Ragazzini
  • 22 set 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 6 giorni fa

Ci ostiniamo a credere che il destino segua una logica.

Pensiamo che, se una persona è riuscita a sopravvivere al peggio, la vita prima o poi debba restituirle qualcosa. Come se esistesse una sorta di equilibrio invisibile, una giustizia capace di compensare il dolore. Se qualcuno attraversa una guerra, nella nostra mente la storia dovrebbe concludersi con la salvezza, ce lo aspettiamo quasi per istinto. Abbiamo bisogno di credere che, dopo tanto male, arrivi finalmente un po' di pace.

Poi arriva una storia come quella di Iryna Zarutska e quella convinzione si sgretola.

Iryna aveva soltanto ventitré anni. Era fuggita dall'Ucraina per lasciarsi alle spalle la guerra, le sirene, la paura quotidiana di non arrivare al giorno successivo. Come migliaia di altre persone, aveva attraversato un oceano inseguendo ciò che per molti di noi è normale: una vita tranquilla, un lavoro, la possibilità di salire su un treno senza dover guardarsi continuamente alle spalle.

Eppure è proprio lì, in quella normalità tanto desiderata, che la sua vita si è spezzata.

Accoltellata senza alcun motivo apparente mentre viaggiava su un treno a Charlotte, negli Stati Uniti, dopo una lunga serata di lavoro in un ristorante.

Una guerra era finita, ma un'altra forma di violenza l'aspettava dall'altra parte del mondo.

Ci sono tragedie che ci colpiscono più di altre, non solo per la loro brutalità, ma perché sembrano sfidare qualsiasi logica narrativa. Rompono quella struttura con cui, inconsapevolmente, interpretiamo la realtà.

Nei libri e nei film il protagonista affronta prove durissime, soffre, cade, ma alla fine trova una forma di rinascita. È il motivo per cui il viaggio dell'eroe continua ad affascinarci da migliaia di anni. Abbiamo bisogno di credere che il dolore abbia uno scopo, che la sofferenza conduca da qualche parte, che esista un prima e un dopo.

La vita, però, non è obbligata a seguire le regole della narrativa.

A volte interrompe una storia proprio quando sembra ricominciare ed è questo che ci sconvolge.

Non soltanto la morte di una giovane donna, ma l'improvvisa distruzione dell'idea che avevamo costruito nella nostra mente. Lei doveva salvarsi. Doveva poter ricominciare. Doveva rappresentare quella speranza che ogni rifugiato porta con sé quando attraversa un confine.

Invece il confine non è bastato.

Forse è proprio qui che nasce il senso di assurdità.

Albert Camus scriveva che "L'assurdo nasce dall'incontro tra il bisogno umano di trovare un significato e il silenzio del mondo." Noi cerchiamo spiegazioni, collegamenti, motivi. Vogliamo credere che gli eventi seguano un ordine comprensibile, che il bene venga premiato e che il male, prima o poi, trovi un limite.

Ma esistono storie che sembrano rifiutare qualsiasi spiegazione.

La vicenda di Iryna è una di queste, e non è l'unica.

Quante volte abbiamo sentito di persone sopravvissute a un terremoto, a una malattia, a un incidente devastante, per poi perdere la vita in circostanze apparentemente banali? Ogni volta restiamo increduli perché il nostro cervello continua a cercare una logica che spesso non esiste.

Forse il punto è proprio questo, non siamo fatti per accettare il caso.

Abbiamo bisogno di trasformare gli eventi in racconti, di trovare un filo che unisca l'inizio alla fine. È il motivo per cui raccontiamo storie da migliaia di anni: la narrazione dà ordine al caos, rende sopportabile ciò che, altrimenti, sembrerebbe incomprensibile.

La realtà, però, non sempre collabora.

È disordinata, è imprevedibile, qualche volta persino crudele.

Questo non significa che dobbiamo smettere di cercare un senso. Significa, forse, accettare che alcune domande resteranno aperte.

La storia di Iryna non ci offre una risposta, ci lascia soltanto una domanda.

Che cos'è davvero la sicurezza?

Pensiamo spesso alla pace come all'assenza della guerra. Ma la pace è anche poter vivere la normalità senza paura. Prendere un treno, passeggiare in una città, tornare a casa la sera dando per scontato che domani ci sarà ancora un domani.

Sono gesti così semplici che quasi non li vediamo più.

Finché una storia come questa non ce li restituisce nella loro fragilità.

Forse l'assurdità del destino non consiste soltanto nel modo in cui alcune vite finiscono.

Consiste nel ricordarci quanto sia imprevedibile la vita stessa.

E quanto, proprio per questo, ogni giorno ordinario sia infinitamente più prezioso di quanto siamo disposti ad ammettere.

Non riusciremo mai a sapere perché alcune persone trovino la morte proprio quando sembravano aver ritrovato la speranza.

Forse non esiste una risposta capace di soddisfare il nostro bisogno di giustizia.

Possiamo però scegliere di non lasciare che certe vite vengano ricordate soltanto per il modo in cui sono finite.

Iryna non era soltanto una vittima, era una ragazza che aveva avuto il coraggio di ricominciare. Forse è proprio questo che rende la sua storia così difficile da accettare.

Perché ci ricorda una verità che tutti, in fondo, cerchiamo di dimenticare, la vita non segue sempre la logica delle storie che raccontiamo.

Ma proprio per questo ogni giorno di pace, ogni incontro, ogni abbraccio e ogni possibilità di ricominciare hanno un valore che spesso comprendiamo soltanto quando rischiamo di perderli.

 
 
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