Perchè abbiamo bisogno delle mode?
- Maria Grazia Ragazzini
- 8 set 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 6 giorni fa
Ogni generazione ha avuto la sua ossessione.
C'è stato il Tamagotchi, che sembrava impossibile non avere. I Pokémon da collezionare, le figurine Panini, gli zaini Invicta, i braccialetti Cruciani, i Funko Pop. Oggi è il turno dei Labubu: piccoli pupazzi dal sorriso ambiguo che pendono da borse e zaini, protagonisti di video su TikTok e di file interminabili davanti ai negozi.
La domanda, però, non è perché tutti vogliano un Labubu.
La vera domanda è un'altra.
Perché abbiamo bisogno delle mode?
Mi affascina il fatto che gli oggetti cambino continuamente, mentre il meccanismo che li rende desiderabili resti sempre lo stesso.
Tra qualche anno probabilmente nessuno parlerà più dei Labubu. Saranno sostituiti da qualcos'altro, proprio come è successo con decine di fenomeni prima di loro. Eppure il desiderio collettivo si sposterà semplicemente su un nuovo oggetto.
Questo significa che il protagonista della storia non è il Labubu.
Siamo noi.
Mi piace pensare che le mode siano una specie di linguaggio silenzioso. Attraverso ciò che indossiamo, collezioniamo o esponiamo raccontiamo qualcosa di noi, spesso senza rendercene conto.
Un oggetto non è quasi mai solo un oggetto.
È appartenenza, identità, è riconoscimento.
Quando milioni di persone desiderano la stessa cosa nello stesso momento, raramente lo fanno perché quell'oggetto è davvero indispensabile. Lo fanno perché, in qualche modo, quell'oggetto promette di farle sentire parte di una comunità.
Ed è un bisogno profondamente umano.
La psicologia lo conosce bene. Fin dall'infanzia costruiamo la nostra identità anche attraverso il gruppo. Abbiamo bisogno di sentirci accolti, riconosciuti, simili a qualcuno. Le mode rispondono, almeno in parte, a questo desiderio. Ci permettono di dire, senza usare parole: "Anch'io faccio parte di questo mondo."
Poi c'è un altro elemento, ancora più interessante.
Le mode raramente vendono un prodotto, vendono una storia.
I Labubu non sono diventati un fenomeno soltanto perché sono esteticamente particolari. Sono diventati desiderabili perché raccontano qualcosa: un gusto preciso, una certa ironia, un modo di stare nel mondo. Le blind box, le scatole chiuse che nascondono il personaggio fino all'apertura, aggiungono il fascino dell'imprevedibilità. Il cervello ama l'attesa e la sorpresa: è lo stesso meccanismo che rende così coinvolgenti i gratta e vinci o le carte collezionabili. Ogni apertura promette la possibilità di trovare il pezzo raro, e quella possibilità alimenta il desiderio molto più dell'oggetto stesso.
È curioso osservare come, in fondo, il mercato conosca molto bene la natura umana.
Sa che desideriamo ciò che è difficile da ottenere.
Sa che attribuiamo più valore a ciò che sembra esclusivo.
Sa che vedere qualcun altro possedere qualcosa aumenta automaticamente il nostro desiderio di averla.
Non è solo consumismo, è psicologia.
Il problema, però, non nasce quando compriamo qualcosa che ci piace, nasce quando iniziamo a pensare che ciò che possediamo racconti il nostro valore.
Ed è una differenza enorme.
Non credo ci sia nulla di sbagliato nell'acquistare un Labubu, un Funko Pop o qualsiasi altro oggetto capace di strapparci un sorriso. Anch'io sono convinta che gli oggetti possano custodire ricordi, passioni e pezzi della nostra storia. Una libreria piena di romanzi, una vecchia macchina fotografica, una collezione di vinili o di borse (nel mio caso!) raccontano qualcosa di autentico di chi siamo.
La differenza sta nel motivo per cui li desideriamo.
Li scegliamo perché parlano davvero di noi?
O perché speriamo che parlino agli altri?
Viviamo in un'epoca in cui l'identità passa sempre più spesso attraverso ciò che mostriamo. I social amplificano questo meccanismo: ogni oggetto diventa contenuto, ogni acquisto una fotografia, ogni moda una corsa contro il tempo. Il rischio è che il possedere prenda lentamente il posto dell'essere.
Eppure le mode, di per sé, non sono il nemico.
Lo sono state in ogni epoca. Hanno creato linguaggi comuni, appartenenza, perfino cultura. Ci fanno sorridere quando riguardiamo vecchie fotografie e ci ricordano che ogni generazione ha avuto i propri simboli.
Forse il punto non è rifiutarle.
È viverle con consapevolezza.
Possiamo divertirci a seguire un trend senza lasciare che sia quel trend a definire chi siamo.
Possiamo comprare un oggetto senza credere che il nostro valore aumenti insieme al suo prezzo.
Possiamo partecipare a una moda senza diventarne prigionieri.
Perché, in fondo, il problema non è mai stato il Labubu.
Il problema nasce quando iniziamo a cercare negli oggetti quello che solo le relazioni, le passioni e le esperienze possono darci.
Forse è questa la domanda che ogni moda, prima o poi, ci costringe a farci.
Quello che desidero mi renderà davvero più felice?
Oppure sto semplicemente cercando di riempire, con un oggetto nuovo, un bisogno molto più antico?
Perché le mode passano.
I Labubu passeranno.
Ne arriverà un altro, poi un altro ancora.
Il desiderio di sentirci parte di qualcosa, invece, resterà sempre con noi.
Ed è forse lì, più che sugli scaffali di un negozio, che vale la pena cercare le risposte.


