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The Chosen, quando una serie diventa un'esperienza

Immagine del redattore: Maria Grazia Ragazzini
Maria Grazia Ragazzini
24 dic 2025
Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 15 ago

Mi aspettavo un'americanata lo ammetto.

Conosco bene le produzioni americane e, per quanto le ami, spesso tendono a trasformare qualsiasi storia in qualcosa di spettacolare, enfatico, perfino eccessivo. Per questo, quando ho iniziato The Chosen, ero convinta che mi sarei trovata davanti all'ennesima rilettura romanzata dei Vangeli.

Mi sbagliavo.

Mi sbagliavo al punto che, finita la prima stagione, non sono riuscita a iniziare subito la seconda.

Avevo bisogno di fermarmi.

Di lasciare sedimentare quello che avevo visto.

Perché The Chosen non mi aveva semplicemente raccontato una storia, mi aveva fatto incontrare delle persone. Mi aveva fatto fare esperienza di tutte quelle cose che fin da piccola mi avevano raccontato in chiesa e a catechismo;

belle, emozionanti ma poco tangibili.

Ed è forse proprio qui che risiede la forza della serie.

Non racconta un Gesù distante, solenne e quasi irraggiungibile, racconta uomini e donne veri, seppur lontani dalla nostra epoca.

Persone che ridono, litigano, hanno paura, sbagliano, dubitano, sperano.

Per la prima volta i personaggi dei Vangeli smettono di essere nomi letti durante una celebrazione e diventano esseri umani nei quali è sorprendentemente facile riconoscersi.

Matteo non è semplicemente il pubblicano.

È un uomo incapace di trovare il proprio posto nel mondo.

Pietro non è soltanto l'apostolo impulsivo.

È un marito pieno di debiti, spaventato dal futuro.

Maria Maddalena non è solo la donna liberata da Gesù, è una persona che continua a combattere con le proprie ferite anche dopo aver incontrato la speranza.

Ed è proprio questa umanità a rendere straordinaria la serie.

Dallas Jenkins, il suo creatore, ha spiegato più volte che il suo obiettivo non era raccontare eventi biblici, ma persone.

Non costruire uno spettacolo religioso ma permettere allo spettatore di sedersi idealmente accanto ai discepoli, di ascoltare le loro conversazioni, di condividere le loro paure e di comprendere che la fede nasce dentro la vita quotidiana, non fuori da essa.

Per questo The Chosen non ha il ritmo frenetico delle produzioni moderne.

Si concede il lusso del tempo, tempo per un dialogo, per un silenzio, per uno sguardo.

Tempo perché i personaggi possano esistere prima ancora di diventare protagonisti di un miracolo.

È una scelta narrativa che ricorda una verità spesso dimenticata: i Vangeli raccontano eventi straordinari, ma sono abitati da persone assolutamente ordinarie.

Anche il modo in cui la serie è nata sembra riflettere questo spirito.

Non attraverso le grandi case di produzione, ma grazie al crowdfunding.

Migliaia di persone hanno scelto di sostenerla economicamente, permettendo a Jenkins e alla sua squadra di mantenere la libertà creativa. Durante la pandemia la decisione di rendere gli episodi gratuitamente accessibili sembrava un azzardo. Invece accadde il contrario: il progetto continuò a crescere, sostenuto proprio da quella comunità di spettatori che non si limitava più a guardare la serie, ma sentiva di farne parte.

Perfino il set racconta qualcosa di questa ricerca di autenticità.

La città costruita in Texas, soprannominata "Faux-pernaum", è stata progettata con un'attenzione quasi artigianale ai dettagli. Nulla doveva apparire come una semplice scenografia. Ogni strada, ogni casa e ogni ambiente dovevano dare l'impressione di essere realmente abitati.

E poi ci sono gli imprevisti, una nebbia improvvisa, un temporale, una luce diversa da quella prevista.

Dallas Jenkins racconta spesso che molte delle scene più intense sono nate proprio da ciò che inizialmente sembrava un problema. Lui le definisce il "tempo di Dio": quei momenti in cui il controllo lascia spazio all'imprevisto e, paradossalmente, tutto acquista ancora più verità.

Ma credo che il vero motivo per cui The Chosen continui a emozionare milioni di persone sia un altro.

Non perché aggiunga qualcosa ai Vangeli.

Ma perché restituisce loro una dimensione che, forse, avevamo dimenticato.

Quella dell'incarnazione.

Il cristianesimo è l'unica religione che racconta un Dio disposto a entrare completamente nella fragilità umana.

A mangiare con gli amici, a piangere, a stancarsi, a camminare per chilometri, a ridere, a soffrire.

Spesso, però, secoli di arte e devozione hanno finito per allontanare questa umanità, trasformando Gesù e i suoi discepoli in figure quasi immobili, perfette, irraggiungibili.

The Chosen compie il percorso opposto.

Li riporta tra le persone, li rende vicini.

Ed è proprio questa vicinanza che, almeno per me, è stata così disarmante.

Guardando la serie mi sono accorta di non stare semplicemente osservando una ricostruzione storica.

Mi stavo chiedendo quale posto avrei occupato anch'io tra quei discepoli.

Se avrei avuto il coraggio di seguire, se avrei dubitato, se avrei riconosciuto Gesù, se lo avrei seguito.

Credo sia questo il motivo per cui, finita una stagione, non sono riuscita a iniziare subito la successiva.

Avevo bisogno di fare silenzio.

The Chosen, mi ha chiesto tempo.

Perché non è soltanto una serie, per me è stato un incontro.

E gli incontri che cambiano davvero la vita hanno bisogno di essere vissuti prima ancora di essere raccontati.



 
 
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